Le barche ormeggiate nel porto di Trani, con la Cattedrale sullo sfondo
Il porto di Trani con la Cattedrale sullo sfondo — foto: Berthold Werner · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Chi arriva a Trani attraversa prima un pezzo di città ordinaria, poi svolta e si trova davanti a un’insenatura che sembra disegnata per essere guardata. Il porto ha una forma ad anfiteatro: l’acqua al centro, i palazzi che salgono attorno in semicerchio, la Cattedrale a chiudere la scena sul lato nord-est. Non è un effetto scenografico voluto da qualcuno: è la forma naturale della baia, ed è stata per secoli la ragione dell’esistenza stessa della città.

Un porto naturale, e per questo decisivo

Trani era l’unico porto naturale della Puglia settentrionale. In un’epoca in cui costruire un approdo artificiale era un’impresa fuori portata, questo dettaglio geografico ha fatto la differenza: la città diventa lo snodo di un’intensa rete di traffici tra la penisola e i Balcani e vive nel Medioevo la sua stagione migliore, come uno dei porti più importanti della regione. Sulle banchine si muovono mercanti veneziani, genovesi e amalfitani; da qui partono navi dirette in Terrasanta con i crociati a bordo. La ricchezza di quei secoli è ancora leggibile nei palazzi che circondano il bacino e nella pietra chiara di cui sono fatti.

Oggi il porto è rimasto un porto vero: pescherecci e barche da diporto convivono nello stesso specchio d’acqua, e il ritmo delle giornate segue in parte ancora quello del lavoro in mare. È il motivo per cui una passeggiata sulle banchine la mattina presto racconta una città diversa da quella che si vede la sera.

Il 1063 e gli Ordinamenta et consuetudo maris

La cosa più notevole che questo porto abbia prodotto non si vede da nessuna parte, eppure è un primato riconosciuto. Nel 1063 furono promulgati a Trani gli Ordinamenta et consuetudo maris, gli Statuti Marittimi: il più antico codice di diritto marittimo dell’Occidente latino sopravvissuto fino a noi. Furono emanati sotto il conte normanno Pietro di Trani da tre «consoli in arte del mare» — Angelo de Bramo, Simone de Brado e Nicola De Roggiero — cioè da uomini che il mare lo conoscevano per mestiere, non da giuristi di corte.

Il testo conta trentadue capitoli, scritti in volgare con l’incipit in latino, e mette nero su bianco consuetudini già in vigore lungo tutta la costa pugliese, dal Gargano a Brindisi. Il punto che ancora oggi colpisce è di principio: gli Ordinamenta stabiliscono che il marinaio non è uno schiavo, ma un lavoratore libero, da trattare e retribuire secondo contratto. Nell’XI secolo non era un’ovvietà. Di quella storia resta traccia nella toponomastica: via Statuti Marittimi corre a pochi passi dall’acqua.

Le vie intorno al bacino

Il modo migliore di conoscere il porto è girargli attorno a piedi. Via Banchina al Porto costeggia l’acqua; da lì si passa a via Statuti Marittimi e si sbuca su piazza Plebiscito, piazza Sedile San Marco, piazza Quercia. Sono nomi che dicono ancora a cosa servivano quei luoghi.

Sul porto si affaccia anche la chiesa di Ognissanti, romanica, del XII secolo, costruita fuori dalle mura cittadine e probabilmente dotata di un proprio approdo. Ha tre navate senza transetto e una fascia di facciata riccamente decorata, ma il lato che vale la deviazione è il retro verso il mare, con le tre absidi semicircolari sporgenti. La tradizione popolare la chiama «chiesa dei Templari»: è un soprannome suggestivo, ma nessun documento collega l’edificio all’Ordine, e gli studi propendono piuttosto per un legame con la colonia di mercanti di Ravello e il loro hospital.

Il lungomare Colombo, a piedi o in bicicletta

Superata l’area portuale si entra nel lungomare Cristoforo Colombo, che costeggia le spiagge cittadine — Prima Spiaggia, Seconda Spiaggia, Lido Mongelli, San Marco Sud — ed è servito da una pista ciclabile: parte dalla penisola di Colonna e arriva in prossimità dell’area portuale, dalle parti della Villa Comunale. Percorrerla in senso inverso, verso nord-ovest, porta in un paio di chilometri al monastero di Santa Maria di Colonna, capolinea naturale della passeggiata.

Sul percorso ci sono due soste che conviene mettere in conto. La Villa Comunale, inaugurata nel 1824 su un terreno delimitato da un muraglione di origine federiciana e cresciuta attorno al nucleo donato al Comune dalla famiglia Antonacci: è un giardino pensile interamente affacciato sul mare, di impianto ottocentesco a metà tra il gusto all’italiana e quello all’inglese, considerato un caso unico tra i giardini pubblici storici italiani. E il Fortino Sant’Antonio, in pietra di Trani color crema, con un arco che inquadra il mare come una finestra: al tramonto è uno dei punti più fotografati della città.

Buono a sapersi: parte del centro storico è soggetta a Zona a Traffico Limitato con varchi elettronici. Zone, orari e modalità di permesso cambiano nel tempo: conviene verificarli sul sito del Comune di Trani prima di arrivare in auto.

Dormire dentro l’anello

Tutto questo — il bacino, le banchine, Ognissanti, la Villa Comunale, la Cattedrale — sta in un raggio che si copre a piedi in pochi minuti. È il motivo per cui alloggiare in via La Giudea, dentro l’antico quartiere ebraico, cambia il modo di vivere la giornata: si esce senza pensare al parcheggio, si scende al porto prima di colazione, si rientra a metà pomeriggio e si riparte al tramonto. La Terrazza Nostromo Francesco sta al terzo piano senza ascensore e non ha posto auto: qui, semplicemente, ci si muove a piedi. Dalla terrazza privata, la sera, il rumore che arriva è quello della città vecchia che si svuota lentamente.

Dormire nel centro storico di Trani — Terrazza Nostromo Francesco

Un appartamento di 86 m² con terrazza privata in via La Giudea, a pochi passi dalla Cattedrale e dal porto. Fino a quattro ospiti, due bagni, cucina in legno su misura.